La storia militare è la storia della guerra? Una risposta affermativa sarebbe almeno incompleta: le armi prima di usarle vanno preparate e, soprattutto, su di esse occorre ragionare: “Quale re,” già si legge nel Vangelo (Luca 15, 31-32), “partendo in guerra contro un altro re, non siede prima ad esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.”

Non è poi detto che predisporsi allo scontro significhi volerlo. L’esito della guerra fredda ha confermato ancora una volta che Vegezio coglieva il vero affermando: Si vis pacem para bellum.

Condurre inoltre bene e magari con successo una campagna, non sempre è poi così decisivo per le successive vicende. L’Italia nella prima guerra mondiale giunse infine alla vittoria, che tuttavia compromise nettamente una volta terminate le operazioni al fronte. Viceversa uscì distrutta dal secondo conflitto, ma seppe vincere il dopoguerra.

La guerra non è allora un intervallo tra altre fasi della vicenda umana. Ma tuttavia è un periodo in cui gli avvenimenti assumono intensità e coinvolgimento del tutto peculiari e tali che ad ogni istituzione, ad ogni gruppo sociale, a tutti gli individui, specie in tempi di guerra totale od asimmetrica, vengono richieste prove del tutto straordinarie.

In particolare dalle organizzazioni in armi e dai militari si pretende un impegno anche oltre i limiti delle rispettive possibilità fino al sacrificio della vita.

Ermanno Olmi, alla fine del film Il mestiere delle armi descrive l’ultimo atto della vita di Giovanni delle Bande Nere con accanto il confessore, al quale il condottiero osserva morendo “Ho vissuto da uomo d' armi e ho fatto tutto quanto il mio mestiere mi portava a fare; con lo stesso spirito, se avessi vestito l'abito che porti tu avrei servito Dio”. In un’Italia in cui ogni principe non guardava oltre il proprio orto, Giovanni de’ Medici seppe credere fino in fondo alla fedeltà verso il proprio ruolo.

Nella storia dei militari è pertanto possibile reperire il significato profondo, il paradigma realistico del concreto stato delle cose e, nel bene e nel male, lo spirito più autentico di un popolo. Non ha pertanto importanza chi consegue affermazione: vinti e vincitori meritano lo stesso rispetto. Soprattutto per chi vuole approfondire, ricercare e raccontare senza il condizionamento dell’ideologia, senza mirare al “controllo del passato per voler controllare il presente” (George Orwell).

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