Caporetto: una brutta sconfitta... salutare

 

La conferenza del generale Bruno Loi è stata l'occasione per ripercorrere le vicende della battaglia di Caporetto, nel quadro della situazione nei vari fronti della Grande Guerra in quell'anno di svolta che fu il 1917. Dopo gli introduttivi del presidente del Centro studi “Giovanni delle Bande Nere” Francesco Butini e del vice presidente Ugo Barlozzetti, il generale Loi ha svolto una approfondita relazione su Caporetto, sullo stato degli eserciti in campo, sulle conseguenze della battaglia.

Alcune notazioni fatte del generale meritano di essere sottolineate, per una migliore comprensione dei fatti e dei protagonisti. E che inducono ad alcune riflessioni di metodo e di merito che avvalorano l'importanza della conferenza.

Innanzitutto va detto e ricordato come sia sbagliato il giudizio dei fatti storici con gli occhi e i principi di un secolo successivo a quei fatti. Oggi è possibile parlare nel modo più intransigente possibile dell'allora capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna. Ma il generale Loi ha voluto ricordarci come il generale Cadorna fosse stato a quel tempo uno dei migliori generali italiani, formato come tutti gli altri alle tattiche militari di origine risorgimentale, basate su massicce offensive di intere armate. Nulla ovviamente può cancellare l'onta vergognosa di aver accusato i soldati italiani di viltà davanti al nemico, attribuendo come fece Cadorna la responsabilità della disfatta di Caporetto alla loro presunta volontà di non combattere. Ma la “inutile strage” come la definì papa Benedetto XV proprio in quel fatidico anno 1917 era figlia di una concezione della guerra comune (purtroppo) a tutti, e non solo al solo Luigi Cadorna.

Tutto questo per non incorrere nella usuale pratica italica di trovare il più comodo capro espiatorio. Tanto più, come ci ha ricordato il generale, molti altri importanti generali dell'esercito italiano non eseguirono gli ordini di Cadorna in quei drammatici frangenti.

Quando si intensificavano le voci di una possibile offensiva austro-tedesca, Cadorna dette l'ordine di assestarsi sulla difensiva. Tutti probabilmente erano scettici sull'effettiva possibilità che i nemici lanciassero un'offensiva in grande stile in pieno autunno, quando tradizionalmente gli eserciti si apprestavano a passare il rigido inverno alpino senza massicce campagne, in attesa dello “scongelamento” del fronte. Ma gli ordini di porsi in assetto difensivo furono in effetti emanati, e alcuni comandanti di armate italiane non li attuarono, non credendo alla loro utilità. E la dislocazione dell'esercito in assetti ancora offensivi fu indubbiamente una delle cause della disfatta. Se questo vale per il gen. Capello, lo stesso accadde per il gen. Badoglio, che non applicò gli ordini di Cadorna e si fece, come dire?, il suo piano personale. Talmente personale che, una volta disarticolate le comunicazioni tra i reparti italiani grazie alle fulminee infiltrazioni tedesche in profondità, i 700 cannoni dell'armata del gen. Badoglio non spararono un colpo durante le prime fasi critiche della battaglia.

Il gen. Loi ha voluto ricordare come in quei tragici giorni della disfatta di Caporetto, il re Vittorio Emanuele III seppe conservare il sangue freddo e tenere la situazione sotto controllo. Fu grazie a questo atteggiamento fermo, e al tempo stesso rassicurante, che le potenze alleate decisero di aiutare l'Italia nella resistenza all'invasione austro-tedesca, a condizione che Cadorna lasciasse il comando delle operazioni.

Sul Piave il fronte italiano si era ridotto di circa 200 km rispetto a prima della battaglia di Caporetto. Più facile dunque da tenere. Ma bisogna anche rammentare, a testimonianza della dimensione della disfatta di Caporetto, che sul Piave c'era quasi la metà dell'esercito italiano precedente alla rottura del fronte. Tra morti, feriti, dispersi e prigionieri, l'esercito italiano si era dimezzato.

Il generale Cadorna venne sostituito dal generale Diaz, un “perfetto sconosciuto” animato da buon senso e da una dose maggiore di umanità. Si attenuano le rigidità della disciplina militare finora imperante, si prendono disposizioni più favorevoli alle truppe, si istituiscono uffici dedicati alla propaganda e al sostegno del morale dei soldati e delle loro famiglie.

Ma soprattutto, dopo Caporetto si combatte nel territorio italiano, a difesa delle nostre case, delle nostre terre, delle nostre famiglie. Cambia radicalmente il quadro e lo spirito della situazione.

 

Nonostante Caporetto, si gettano le basi del riscatto.

 

Francesco Butini

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